Leggendo "Vora" di Mara venuto: la recensione di Giulia Notarangelo

Poesia dell'incapibile, dell'inconoscibile, del buio oltre la siepe. Poesia secca, assertiva, talvolta oscura, ma ricca di fascino. Il titolo Vora, con le sue sfac cettature di significati, racchiude più di un universo. Un sapere archetipico, velato di mistero, quello che trasuda dai versi, un mistero impenetrabile che giunge dal centro della terra. L'idea di concavo, di cavità, riporta alla mente gli insediamenti antichi, del Paleolitico dove le grave, le lame, i buchi, gli inghiottitoi, le grotte, servivano da riparo all’uomo contro le intemperie, non solo, spesso racchiudevano anche rituali magici. È una lettura che, anche nei momenti più ardui, cattura e fa compagnia. Scrivo queste mie considerazioni in punta di matita. Poesie senza titolo (non ce n'è bisogno). Poesie di rimandi, di seguiti, anche di rovelli esistenziali (pp. 52-54). Ma è anche una poesia di esterni, di squarci di città, di piccole storie, di interni, di sopravvissuti, di desolazione, di «stanchezza moderna» (p. 56). Fasi di ermetismo acuto con qualche lucore: «fioriscono lampioni in città» (p. 62). Un che di ancestrale, di oscuro, di irrisolto, in situazioni che parrebbero oniriche (risalta l’immagine di «una lepre bianca», indifesa) e che danno luogo a ricordi che affiorano in «una parentesi di capelli corti» (p. 57). Poesia talvolta impersonale (p. 60), poesia di residui, anche di reliquati (p. 62), di muri rabboccati, di sopravvivenza, poesia di pugliesità: «patria di case e tumuli […] la nostra terra». Inaccessibilità della poesia, una poesia frammento dove c’è tutto e niente, come senso del nulla, una poesia che vuole scavare nel profondo, una poesia che sa di antico e nuovo, una poesia che rievoca antiche cerimonie; tutto acquista una laica sacralità in un dover essere che è proprio dell'uomo, in fondo sempre uguale a sé stesso.


Una poesia da vivisezionare nei suoi brandelli di vissuto. Penso ai colpi di martello sugli scogli sul mare della trincea a Giovinazzo per stanare i datteri di mare tanto tempo fa. La prima parte è, in un certo qual senso, propositiva, ma per negazioni. Viole e travaglio dell’attacco richiamano alla memoria un certo poeta recanatese ed un certo ligure delle Cinque Terre (v. p. 15). I segni del tempo ci sono ovunque come il «sacramento che è rimasto in quel muro […] con gli occhi bassi da davanti ai ricordi» (p.16 ). «Nascere vecchia senza saperlo». Immagini di guerra in pace: la presenza fissa della terra sul fronte della vita (p. 20).
«Essere lingua straniera / nella terra dove sono infilate le nostre ossa…» (p.21). Cerco fin dall’inizio varchi di luce, ma… ermetismo di base e finale epigrafico. Adoro l’uso costante dell’infinito, mi riporta al meriggiare già citato, e quei momenti intensi di impegno civile già presenti nelle raccolte precedenti, quegli squarci di città perdute, «gli inceneritori», quella vita di città con «l’angoscia di trovarsi grandi e soli in questa storia, in mezzo alla nuda bellezza dei gesti» (p. 24 e 25). Momenti di fitto ermetismo (pp. 26-27). La Nostra sa fare poesia dalla prosa dell’esistenza, conosce le regole del gioco, sa miscelare sacro e profano nel senso di sacralizzare il profano o profanizzare il sacro. Ha un legame ancestrale con il previssuto: embrione, seme, cellule, debiti generazionali sono termini della biologia e si trovano accanto a termini dell’economia. Grandi il suo sapere e il suo spaziare nel sapere.
Lirismo antilirico talvolta negli squarci di città che hanno un che di amaro, «dove la luce del lampione vigila sul buio della strada», e il «non desiderare altro che affra tellarsi» (p. 28). Poesia di denuncia in un mondo desolato alla Kerouac. Momenti introspettivi negli interni (p. 29) con quegli infiniti che danno continuità al verso e ai suoi contenuti esistenziali. 
Cronache spicciole di quotidianità che la poesia rende universali (p. 30). 
Nascere a Natale con tutte le implicazioni che comporta. Sapessi, cara Mara, quanto la tua immagine che vede «in corsia puerpèri e aborti insieme» mi tocca dal vivo!


Quotidianità e fede popolare in un sincretismo che diventa universale (Nascere a Natale, p. 31).
L’aspetto religioso come un fil rouge percorre a tratti la silloge. Adultità e infanzia insieme (pp. 32, 33). Segni di dolcezza nel frammento (p. 34). Il tuo è un mondo buio. Sei tanto legata al “pre”, al PRIMA, al previssuto, all’ancestrale. Un linguaggio nuovo, moderno, un linguaggio che pare prosa. Accessibile ed ermetico a un tempo. Un linguaggio che a volte spiazza chi va di fretta. L’uso continuo dell’infinito atemporale si accompagna alla usualità dell’indicativo. La poetessa in questo caso (p. 35) fa intravedere nelle notti deboli uno «spiraglio sotto la porta», (la candela di Geppetto nel ventre della balena) e mi riporta alla «luce del lampione», già citata (p. 28).
Ti leggo come un diario, come un testo autobiografico con i pensieri che vagano. Ti sento vicina e scopro man mano parti di te che condivido: le insicurezze, i quesiti, le attese: «Guardiamo con occhi tondi / la soglia dell’inno cenza / e trasaliamo più vecchi» (p. 35). In questo mio vagare trovo parti di me: le parole impotenti, quelle che per me cercavano invano «briciole di empatia», (cito me stessa in Come se il tempo). Per te, Mara, servono «a scrivere ciò che è stato» (p. 36). L’idea de «l’avvento quando il cielo si straccia / e scopriamo da soli / quello che altrimenti viene», mi incanta (p. 37). Quanti luoghi non luoghi, nicchie, in un lirismo antilirico e in un cromatismo inconsueto che va dall’azzurro al giallo al grigio al nero (pp. 40-41).
Attenzione e pietas verso il mondo animale e vegeta le, «le foglie senza nome», «il cane di passaggio attorno a qualcosa», «la pianta sul davanzale» e il profilarsi del mare (p. 42) in questo esistere pieno di anfratti, di buchi, di cavità.
Poesia fatta anche di spaesamenti (p. 51), di vita vissuta (p. 52), di onirismo (p. 49) in un fascino indiscusso dato dalla imprevedibilità e dalla consapevolezza di chi scrive di tenere il gioco (giogo?) e di tenere avvinto a sé il lettore. Piccole grandi storie: una foto della madre che non ride con «i figli in grappoli e il mare, verde di alghe», una figlia che giudica tra la bellezza di una bocca chiusa (della madre) e «l’orgoglio di non sembrare felice con i suoi figli» (p. 58). 
Tutti nodi irrisolti che ognuno di noi porta dentro e che fuoriescono nel flusso della parola poetica. 
Il senso di solitudine, espresso in un susseguirsi di metafore: l’insignificanza (pp. 60,61). Il senso di appartenenza, la nostra terra, la Puglia con quel paesaggio che «sprofonda e non si disfa intero» (p. 62). L’amara epigrafe: «Il giorno della mia nascita / rapirono Aldo Moro».


Si tratta di un susseguirsi di immagini che sembrano a volte scollegate tra loro, ma sono legate ai ricordi del passato o a un presente difficoltoso, a un sentire ancestrale, ad archetipi che finiscono per comporre un puzzle di cui chi legge non si rende ben conto. 
È una poesia di frammenti, di schegge di esistenza che ti danno degli stimoli, degli input, ma che ti lasciano quasi sempre con l’amaro in bocca. Certo, affascina quel senso di mistero, quel senso di oscurità, quel senso di atavico, quel BUIO, quella pena per ciò che non andava nel passato e che ancora non va nel presente, con quei fori che incombono, con quelle vore (p. 38), di cui è piena la nostra Puglia. Penso al paesaggio murgiano (mi è venuto in mente anche per il linguaggio talvolta aspro). Penso alle asperità della costa salentina, a Castro, a Leuca, dove per fare il bagno servono le passerelle perché gli scogli sono irti e irregolari, come delle piccole catene montuose a pelo d’acqua.
Questo mi evoca la poesia di Mara e mi lega ancora di più alla mia Puglia. Ecco perché resto sempre più affascinata in un incanto che mi riporta, nel passato più passato, al culto della Madre Terra, alle civiltà nuragiche e prenuragiche, alle Domos de janas a quelle cavità misteriose di cui è ricca anche la Sardegna.
Giulia Notarangelo


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